
Il costo del mancato cambiamento: la voce di bilancio che non esiste… ma che tutti pagano
Ogni imprenditore controlla con attenzione il costo del personale, dell’energia elettrica, delle materie prime, degli affitti e delle imposte. Sono costi che compaiono nel conto economico, vengono registrati dalla contabilità e rappresentano la base di ogni analisi aziendale.
Esiste però una voce che non troverete in nessun bilancio, che non viene fatturata da alcun fornitore e che nessun software gestionale evidenzia automaticamente.
Eppure, in molte aziende, è una delle principali cause della riduzione della marginalità.
È il costo del mancato cambiamento.
Un costo invisibile, ma estremamente reale.
Negli ultimi anni ho scelto di svolgere gran parte della mia attività di formazione direttamente all’interno delle aziende del settore Ho.Re.Ca.
Non è una scelta casuale.
Potrei organizzare corsi in aula, utilizzare slide perfette e spiegare tecniche di gestione per un’intera giornata.
Ma probabilmente otterrei un risultato inferiore.
Preferisco entrare direttamente nel locale.
Perché è lì che l’azienda parla.
Osservo l’organizzazione della sala.
Analizzo il dialogo tra cucina e personale di servizio.
Verifico come vengono distribuiti i turni di lavoro.
Controllo il numero delle persone realmente necessarie nelle diverse fasce orarie.
Osservo quanto tempo l’imprenditore dedica ad attività operative e quanto, invece, alla gestione strategica dell’impresa.
Confronto ciò che viene raccontato con ciò che realmente accade.
È in quel momento che il controllo di gestione smette di essere soltanto un insieme di numeri e diventa uno strumento capace di spiegare perché un’azienda produce o perde marginalità.
Ed è proprio osservando il lavoro quotidiano che, molto spesso, emerge il costo del mancato cambiamento.
La formazione apre gli occhi. Le decisioni cambiano il conto economico.
Una convinzione molto diffusa è che partecipare a un corso significhi automaticamente migliorare la propria azienda.
Non è così.
La formazione aumenta la consapevolezza.
Il cambiamento nasce soltanto quando quella consapevolezza viene trasformata in decisioni.
Anche una ricerca di McKinsey conferma che il successo di una riorganizzazione dipende molto più dalla qualità della sua implementazione che dalla decisione di avviarla. Comprendere un problema è solo il primo passo: il valore economico nasce quando il cambiamento viene realmente applicato.
Durante una giornata di lavoro emergono spesso problematiche comuni.
Turni organizzati senza essere mai stati misurati.
Giornate di apertura mantenute semplicemente perché “si è sempre fatto così”.
Personale presente in fasce orarie poco produttive.
Imprenditori che trascorrono l’intera giornata all’interno del locale svolgendo attività operative che potrebbero essere delegate.
Il confronto genera idee.
Il brainstorming apre prospettive diverse.
Ma la domanda più importante arriva sempre alla fine.
“Da domani mattina, cosa cambierà realmente?”
È proprio qui che molte aziende si fermano.
Perché comprendere un problema non significa necessariamente decidere di risolverlo.
Ed è proprio in quel momento che nasce il costo del mancato cambiamento.
Il costo del mancato cambiamento non compare nel bilancio
Quando analizziamo un conto economico troviamo costi ben definiti.
Personale.
Materie prime.
Energia.
Affitti.
Servizi.
Manutenzioni.
Sono tutti costi misurabili.
Esistono però altri costi che nessun bilancio evidenzia.
Un turno di lavoro mai rivisto.
Una carta dei vini costruita senza analizzare la marginalità.
Un menù che continua a proporre piatti poco redditizi.
Un database clienti che non viene mai utilizzato.
Un imprenditore che dedica dieci ore al giorno ad attività operative invece che allo sviluppo commerciale.
Nessuna di queste situazioni produce una fattura.
Eppure tutte generano un costo economico.
Un costo che si ripete ogni giorno.
Ogni settimana.
Ogni mese.
Ed è proprio questo il costo del mancato cambiamento.
Una formula per misurare ciò che normalmente non viene misurato
Come ogni fenomeno economico, anche il costo del mancato cambiamento può essere analizzato.
La formula che propongo è semplice.
Costo del Mancato Cambiamento (CMC)
CMC = (Costi diretti + Costi opportunità + Margine perso) × Tempo
I costi diretti comprendono tutte le spese sostenute per mantenere un’organizzazione che potrebbe essere migliorata.
I costi opportunità rappresentano il valore delle occasioni perse.
Sono le ore che l’imprenditore avrebbe potuto dedicare allo sviluppo commerciale, alla ricerca di nuovi clienti, alla costruzione di partnership o all’analisi dei dati aziendali.
Il margine perso è invece il risultato economico che l’impresa avrebbe potuto ottenere adottando un’organizzazione più efficiente.
Infine esiste il tempo.
Ed è proprio il tempo il vero moltiplicatore.
Una scelta organizzativa inefficiente mantenuta per una settimana produce un danno limitato.
La stessa scelta mantenuta per sei mesi produce un risultato completamente diverso.
Se viene mantenuta per anni, quel costo invisibile diventa parte integrante della struttura aziendale.
Ed è proprio così che il costo del mancato cambiamento continua a crescere, senza che nessuno lo trovi scritto in una riga del bilancio.
La domanda, a questo punto, non è più se un cambiamento sia necessario.
La vera domanda diventa:
Quanto costa continuare a non cambiare?
Un esempio concreto: quando il controllo di gestione cambia una decisione
Per comprendere quanto possa incidere il costo del mancato cambiamento, immaginiamo un ristorante che lavora su due turni, pranzo e cena.
L’imprenditore è convinto che mantenere entrambi i servizi sia la scelta migliore. Del resto, il locale è sempre stato organizzato così.
Ma il controllo di gestione non si basa sulle abitudini.
Si basa sui numeri.
Analizzando una giornata tipo emerge questo scenario.
Ricavi complessivi della giornata: 2.800 euro.
Di questi:
- Pranzo: 800 euro
- Cena: 2.000 euro
A una prima lettura sembrerebbe una giornata positiva.
Ma il fatturato non coincide con il margine.
Il food cost incide per circa il 30%, pari a 840 euro.
Il personale impiegato nei due turni costa 950 euro.
Energia elettrica, climatizzazione, lavanderia, detergenti, utilizzo delle attrezzature e altri consumi incidono per ulteriori 220 euro.
I costi diretti della giornata raggiungono quindi 2.010 euro.
Il margine lordo apparente è pari a 790 euro.
Molti imprenditori si fermerebbero qui.
Il controllo di gestione, invece, pone una domanda diversa.
Quale dei due turni sta realmente producendo valore?
Analizzando separatamente il pranzo e la cena emerge che il turno del pranzo assorbe personale, preparazione della cucina, consumi energetici, pulizie e presenza dell’imprenditore, ma genera un margine molto limitato.
La cena, al contrario, produce la parte più significativa della redditività.
A questo punto il ragionamento cambia completamente.
Non significa necessariamente eliminare il pranzo.
Significa misurarlo.
Potrebbe essere organizzato con una brigata più leggera.
Potrebbe essere dedicato esclusivamente a gruppi prenotati.
Potrebbe diventare un servizio business per le aziende del territorio.
Oppure potrebbe essere ripensato in funzione della reale domanda.
La domanda non è:
“Conviene chiudere?”
La domanda corretta è:
“Esiste un’organizzazione diversa capace di produrre un margine superiore?”
Supponiamo che una diversa organizzazione consenta di aumentare il margine della giornata di 400 euro alla settimana.
Su base annua il risultato economico sarebbe pari a:
400 euro × 52 settimane = 20.800 euro.
E questi 20.800 euro non derivano da un aumento dei prezzi.
Non derivano da nuovi clienti.
Non derivano da una riduzione della qualità.
Derivano esclusivamente da una decisione organizzativa supportata dai numeri.
Questo è il costo del mancato cambiamento.
Il problema non è cambiare. È continuare a non misurare.
Nel corso degli anni ho ascoltato centinaia di imprenditori.
La frase che ricorre più spesso è sempre la stessa.
“Abbiamo sempre fatto così.”
È una frase rassicurante.
Ma dal punto di vista economico è estremamente pericolosa.
Perché non rappresenta una scelta.
Rappresenta l’assenza di una verifica.
Il mercato cambia.
Cambiano i costi dell’energia.
Cambia il costo del lavoro.
Cambiano le abitudini dei clienti.
Cambia il modo di consumare.
Continuare a mantenere la stessa organizzazione senza misurarne gli effetti significa aumentare, giorno dopo giorno, il costo del mancato cambiamento.
Non significa che tutto debba essere modificato.
Significa che tutto debba essere misurato.
È una differenza sostanziale.
Il controllo di gestione non serve a dimostrare che un imprenditore ha sbagliato.
Serve a verificare se una decisione che funzionava ieri continua a produrre valore oggi.
La vera domanda che ogni imprenditore dovrebbe porsi
Quando entro in un’azienda non mi interessa dire all’imprenditore cosa fare.
Mi interessa aiutarlo a leggere ciò che spesso, vivendo ogni giorno la propria attività, non riesce più a vedere.
Per questo motivo la domanda finale non è mai:
“Quanto costa cambiare?”
La domanda è sempre un’altra.
“Quanto mi costa continuare a non cambiare?”
È una domanda che sposta completamente il punto di vista.
Perché il cambiamento viene spesso percepito come un investimento.
Il costo del mancato cambiamento, invece, è un costo che l’azienda sostiene ogni giorno senza accorgersene.
Riduce la marginalità.
Assorbe tempo.
Consuma risorse.
Limita la crescita.
E, proprio perché non compare in nessun bilancio, rischia di diventare la voce economica più pesante di tutte.
Conclusioni
Ogni azienda controlla il costo del personale.
Controlla il costo delle materie prime.
Controlla il costo dell’energia.
Poche aziende controllano il costo del mancato cambiamento.
Eppure è proprio questa la voce che può fare la differenza tra un’impresa che mantiene i propri risultati e un’impresa che continua a crescere.
La formazione è importante.
Il confronto è fondamentale.
Il brainstorming apre nuove prospettive.
Ma nessuno di questi strumenti modifica il conto economico.
A modificarlo sono le decisioni.
Decisioni misurate.
Decisioni applicate.
Decisioni verificate nel tempo.
Perché il controllo di gestione non serve soltanto a spiegare ciò che è accaduto.
Serve soprattutto a evitare che l’azienda continui a pagare il costo del mancato cambiamento.
La prossima volta che analizzerai il bilancio della tua impresa, prova a farti una domanda diversa da tutte le altre:
Quale decisione sto continuando a rimandare e quanto mi sta costando, ogni giorno, non prenderla?
A cura di Elena Mengozzi
Commercialista con laurea magistrale in Marketing e Comunicazione d’Impresa. Si occupa di analisi di bilancio, controllo di gestione e sviluppo strategico delle imprese.